Pensiero

Gli anni ’90

Siamo nel pieno del boom del vino in generale, vini ricchi, molto estratti, alcolici e con una decisa presenza di dolcezza da legno nuovo, spesso con tagli da vitigni internazionali e tutti, possibilmente, alla ricerca dei premi delle guide. Sembra, in un periodo euforico come quello, che basti cavalcare quest’onda, a dire il vero molto anomala, e il gioco pare fatto.

 

È con la vendemmia Vigna dell’Erta 1997, uscita nel settembre 1999, che siam convinti di aver fatto un vino che ci piace e così imbottigliamo le prime 1960 bottiglie: arrivano, ovviamente via fax, i primi ordini importanti, gli importatori e i primi riconoscimenti sulle guide italiane ed estere: per noi, un po’ fuori dal giro e decisamente ragazzini, sono delle punture di adrenalina. Non ci montiamo troppo la testa, anzi forse non ce la montiamo proprio e rimaniamo ben saldi in vigna e in cantina anziché cavalcare quell’onda, senz’altro anomala.

thoughts_001Lo dico ora, nel 2019, a distanza di 20 anni; ma allora, sia mio fratello, appena laureato in Giurisprudenza e ad un bivio professionale che io, nel pieno dei miei 20 anni, non abbiamo avuto la forza e la caparbietà di gestire al meglio quel momento, rimanendo per certi versi spettatori e non protagonisti di quel successo.
Per noi, con le nostre circa 8.000 bottiglie vendute in appena 2 mesi dall’uscita era importante continuare sì a gestire bene la vigna e la cantina, seguire qualche bega burocratica e commerciale, ma anche e soprattutto viaggiare, assaggiare tanti vini, divertirsi, e magari provare a capire che cosa si voleva fare da grandi.

Abbiamo tenuto duro e continuato comunque a fare i nostri vini, anno dopo anno, vini mai urlati, discreti, coerenti e per fortuna anche di successo; interpreti di un’annata e di uno stato d’animo. Di questo siamo comunque orgogliosi e con altrettanto orgoglio possiamo dire di aver tenuto fede con coerenza e fermezza al nostro spirito di allora.

All’inizio, per conoscersi meglio

Lorenzo ed io avevamo poca esperienza, lontani da qualsiasi impostazione didattica, sia agronomica che enologica. Ci siamo però formati sul campo, affiancati da un modo di lavorare semplice e rigoroso, capace di tenere insieme osservazione, rispetto e leggerezza, in vigna come in cantina.
Negli anni abbiamo reimpiantato e impostato le nostre vigne, maturando una convinzione essenziale: la qualità non si costruisce, si accompagna. Ogni annata ha qualcosa da dire, anche – e forse soprattutto – quelle più difficili, che chiedono rispetto e attenzione.
In cantina le scorciatoie esistono, ma non ci interessano. Abbiamo sempre avuto una buona praticità di campagna e, con un po’ di studio, attenzione ai dettagli, una severa impostazione del lavoro in vigna – fatta di molto lavoro manuale – e una cura costante in cantina, siamo convinti che i risultati arrivino. E arrivano.

Noi e il nostro modo di fare il vino

Ogni anno è una storia diversa, in vigna come in cantina. Le vendemmie non si ripetono, non ce n’è mai una uguale all’altra, e l’evoluzione di un mosto prima e di un vino poi è sempre diversa: a volte sorprendente, altre più lineare.
La scelta, in fondo, la fai all’inizio. È una scelta di campo, sia in vigna che in cantina.
O cerchi di ridurre al minimo i rischi, mettendo in sicurezza alcuni passaggi delicati, oppure ci metti la faccia fino in fondo e te la giochi. Nel primo caso vai più sul sicuro (non sempre), ma rischi di appiattire tutto, di non far emergere le differenze – anche minime – tra una partita d’uva e l’altra.
Nel secondo caso puoi sbagliare. Ma con piccole vinificazioni separate il rischio si riduce molto, mentre il lavoro si moltiplica. Si impara a interpretare una massa ridotta, a capire cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere. È tutto più mosso, meno banale, meno scontato. Il risultato, quando funziona, è più vero, più autentico.
Certo, se viene fuori qualcosa che non è buono, non è buono e basta. Metterci la faccia significa anche questo. Non è corretto giustificare un errore o un difetto solo in nome di una scelta autentica, spontanea o artigianale. Se sbaglio, o se il vino non è come lo immaginavo, non si imbottiglia.
Questo è il rischio. Io lo corro volentieri: mi diverte di più. Ma alla base devono esserci sempre umiltà, studio, ascolto, condivisione, conoscenza e pazienza.

Etica, vigna e vino

In vigna, da molti anni, utilizziamo solo zolfo e rame, osservando e sperimentando soluzioni per limitarne, anno dopo anno, l’utilizzo. Anche per questo abbiamo scelto di certificare la nostra agricoltura biologica tramite un ente terzo, il CCPB.
Credo molto nel rapporto fiduciario tra produttore e chi beve o mangia. Ci metto la faccia: venite a trovarmi, parliamone in vigna e in cantina, passate quando volete, fate analisi a campione. Non ho nulla da nascondere: sono quello che dico, dico quello che faccio, faccio quello che dico.
Non abbiamo mai utilizzato lieviti selezionati in cantina. Oggi lo dichiariamo perché ci viene chiesto, e perché è corretto rispondere con chiarezza. Non lo consideriamo però un elemento sufficiente, di per sé, per fare un buon vino o una buona agricoltura.
Sull’uso della solforosa non faccio battaglie ideologiche. Un utilizzo attento, misurato e scrupoloso rimane, a oggi, l’unica via per una corretta e sana conservazione dei vini. Una gestione rigorosa delle uve e delle pratiche di cantina permette naturalmente di ridurne l’impiego.
Ci siamo dati dei limiti piuttosto severi: una soglia massima di solforosa totale compresa tra 25 e 45 mg/l. Spesso siamo ampiamente sotto, altre volte ci avviciniamo alla forbice più alta di questi valori. Ciò che conta è non applicare protocolli a occhi chiusi.
Per questo investiamo molto nel monitoraggio costante dei nostri vini, attraverso analisi di laboratorio attente e scrupolose.
È una scelta di campo, prima ancora che un vino. Ma un vino deve essere soprattutto buono. Altrimenti, semplicemente, non si deve vendere.

Filosofia. I miei studi

Non so se sia una fortuna – lo dico anche questo col senno di poi – ma aver studiato filosofia mi ha aiutato, e mi aiuta tuttora, più di quanto si possa immaginare a fare il vino, a fare agricoltura, ad avere la testa libera.
Siamo cresciuti facendo vita di campagna, con le tavolate a pranzo insieme agli “òmini” del posto che ci aiutavano nei campi. Abbiamo pestato l’uva da piccoli, siamo entrati bambini – perché di corporatura minuta – dentro le vasche per svinare e lavare le pareti.
Se non si entra in contatto con l’essenza delle cose e della vita vivendo esperienze così, soprattutto da piccoli, quando allora?
Mi sono dato poche regole. Fare esperienza, prima di tutto. Vivere le cose con passione e amore, senza dimenticare – mai – di assaggiare, studiare, leggere e confrontarsi ogni giorno. Non chiudersi, ma aprirsi: agli altri, con gli altri. Parlare molto con altri produttori, scambiarsi esperienze anche semplici, che per realtà piccole come la nostra possono cambiare in modo sostanziale alcune pratiche, in vigna come in cantina.
Vorrei che il nostro vino fosse riconoscibile come espressione mia, del mio modo di interpretare un vitigno e un’annata, in questo luogo.Che ne uscisse la faccia del produttore.Mi sento un artigiano umile, ma convinto.
Oggi queste parole sono diventate parole d’ordine sulla bocca di molti. Con un certo stupore, ma anche con soddisfazione, mi sono accorto che in realtà mi sono sempre appartenute. Le sento dentro, da sempre, per fortuna.

A questo link si può trovare, per semplice curiosità, un abstract della mia tesi di laurea in Filosofia (2003):“La qualità nella filosofia della mente. Analisi di un caso: il sistema gusto-olfattivo” Filosofia teoretica – Gnoseologia.